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Il secondo atto del progetto “Cantiere Culturale Bolognese”

Placu, un non-luogo: Planimetrie Culturali a Bologna
venerdì 13 aprile 2007
di Viviana Verna

Chiuso da tempo, in attesa di una riconversione che però è ancora di là da venire, il sottopassaggio ha una strana atmosfera, sospesa fuori dal tempo con il suo stile anni ‘50, i soffitti bassi, le grandi vetrine vuote, le strane eco delle voci.

Un non-luogo, insomma: sottratto all’uso, all’attraversamento e alla fruizione dei cittadini, testimone di altri tempi ed altre idee di città (il centro consacrato alle auto, i pedoni “giù” per non intralciare il traffico agli incroci).  Adesso – se lo trovassi aperto – ti guarderesti bene dal passarci: entrate buie e poco invitanti. Perché, ti dici, lasciare la strada animata, la rassicurante presenza degli altri per inoltrarti da sola in questo buco silenzioso in cui ti senti più vulnerabile, ti pare che tutto possa succedere: e poi, con i tempi che corrono! Uno scippo, chissà anche di peggio, no?? E se è chiuso (come è chiuso): i suoi accessi tappati e polverosi danno solo un’idea di abbandono, ci passi davanti, li vedi ma non li guardi veramente; tanto per te non ha più significato, non vuole dire nulla nella geografia dei tuoi attraversamenti cittadini, non ha nulla da offrirti. Un non-luogo, proprio. L’obiettivo ideale per Planimetrie Culturali. Ed infatti è proprio lì che incontro le ragazze e i ragazzi di Planimetrie Culturali, in un grigio e piovoso pomeriggio bolognese (ma qui siamo sottoterra e non piove, per fortuna! Anche se, freddo, fa freddo!). Attraverso quinte fatte di lenzuoli, sotto stelline di cartone colorate che pendono dal basso soffitto, con in mano un bicchiere di vino robusto, che ci scalda lo stomaco ma anche un po’ il cuore, perché dà sempre il senso della festa, dell’ospitalità. E’ la seconda giornata di S.T.O.P. Sotto Terra Ospita Planimetrie la “bonifica culturale” temporanea che abita i sottopassaggi di via Ugo Bassi e via Marconi. Il primo giorno sono arrivati ed hanno cominciato a pulire tutto, illuminare, allestire: le stelline ma anche mostre di sculture di riciclo, di fotografia urbana e di archeologia industriale. E tutto in modo pubblico, fa parte del progetto: che i passanti vedano, che la gente del quartiere senta che questo spazio ha ricominciato ad esistere. Per lo stesso motivo l’operazione è finanziata cercando la sponsorizzazione dei piccoli commercianti del territorio. Non sono qui per restare, lo dicono subito, non gli interessa fermarsi indefinitamente, non è quello che importa: ci sono altri non-luoghi, altri quartieri; a loro non interessa “avere un posto”, loro i posti li vogliono attraversare, rivitalizzare, restituirgli un senso ed un uso per poi passare altrove, anche perché il “nomadismo” garantisce uno sguardo sempre attento a ciò che ti circonda, una messa in discussione del tuo stesso progetto, che ogni volta si confronterà con una nuova realtà, insomma aiuta a non sclerotizzarsi, a non diventare autoreferenziali: itineranti per definizione. Uno degli obiettivi di Planimetrie Culturali è infatti quello di ragionare e lavorare sempre in rete, con le altre associazioni, con gli artisti, con chi insomma ha bisogno di un luogo per esprimersi, per mettersi in comunicazione con la città: i luoghi che loro abitano improvvisoriamente si aprono, come questo sottopassaggio, a teatranti,  fotografi, musicisti, acrobati, scultori,… Altro leitmotif che torna, evidente nelle installazioni e nei materiali scelti: il riuso, il riciclo, la battaglia contro lo spreco: di spazi, di idee, di materiali. Riutilizzando, usando ciò che era stato scartato, riaprono quei luoghi ai cittadini – della zona e non solo – con un’offerta culturale pensata per diverse età, fino ai bambini; propongono un luogo che mescoli estrazioni sociali, generi, provenienze, un luogo intenzionalmente trasversale. Hanno “bonificato” via via luoghi abbandonati al degrado, di cui la gente aveva paura, fabbriche abbandonate in attesa di riconversione, ex campi nomadi, adesso il sottopasso. E – sempre – l’hanno fatto con un lungo e paziente lavoro di contatto dei proprietari, pubblici o privati, per spiegare il progetto, convincerli che non erano lì per restare ma intendevano abitare quel luogo per il tempo in cui non serviva, restituendolo alla fine “bonificato” da sporcizia, abbandono e degrado, re-integrato nel tessuto sociale circostante.
Planimetrie Culturali ha una sua via, un suo “stile” che non impone come “l’unica e la giusta modalità”, ma che però segue con coerenza e tenacia: PlaCu crede nel dialogo, e nella comunicazione creativa come metodo per realizzarlo. E la realtà questa volta dà loro ragione: i Quartieri interessati e il Comune di Bologna ci stanno, sostengono il progetto e sono tanti gli amministratori che sotto le stelline di cartone vedo discutere e accalorarsi sulle idee di PlaCu. Ogni tanto cade una stella, planando su di noi: esprimi un desiderio. Assisto anche alla proiezione di un video, carino e un po’ surreale, con improbabili Charlie’s Angels in salsa bolognese che indagano su luoghi abbandonati della città: una mappatura dell’archeologia industriale cittadina, ma non solo: le periferie e le loro voci, la gente che racconta di posti desolati/abbandonati/pericolosi. La “rete”; la natura itinerante, nomade; il non-luogo; la comunicazione orizzontale ed immediata; la mappatura del territorio. Insomma impossibile non pensare ad Hakim Bey e le sue T.A.Z., Zone Temporaneamente Autonome. Il riferimento è esplicito, nel dibattito che segue il video, ma la ragazza che parla per PlaCu rivendica anche con tranquillo orgoglio la specificità del loro percorso. Prima del sottopasso sarebbe toccata ad una grande area industriale, ora abbandonata, nel cuore di un grande quartiere popolare: ma è stato un casino identificare l’attuale proprietà (con i labirinti degli assetti societari!), e poi riuscire a contattarla, inseguendola, insistendo, per poi alla fine ricevere un no. Ma, come ho detto, loro sono tenaci. Adesso “puntano” ad uno scalo ferroviario dismesso, il Quartiere è dalla loro parte e si sta dando da fare, loro aspettano una risposta ma sono fiduciosi: è un posto grande, può contenere tanti progetti, bisognerà studiarli, lo stanno già facendo. Sì, perché ogni non-luogo che viene attraversato dalla bonifica culturale è diverso, ti spiegano, ognuno “vuole” un progetto speciale, ad ognuno occorre restituire attraverso l’uso il “suo” senso peculiare. Forse perché, penso mentre ascolto, per proteggere i nostri quartieri (e le nostre vite) dall’omologazione del Pensiero Unico e del Consumo Unico, non dobbiamo smettere di ascoltare il Genius Loci, lo Spirito del Luogo.

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